
Come promesso, scartabellando nel cassetto della memoria e quello fisico dove sono “conservati “( per modo di dire) articoli, studi, appunti vari destinati a un immancabile oblio, oggi ho tirato fuori un articolo antico del 1998 che potrebbe far riflettere e che evidenzia il mio “pensiero amabile” sull’utilizzo dei robot togli lavoro.
Il “francescano” e il robot
Un nuovo Chaplin “ dei Tempi Moderni?”
Dietro la grande finestra panoramica godevano al fresco serale quattro amici: Luca, padrone di casa, Enzo, suo amico funzionario-tecnico e le relative brave consorti. Con loro i due ragazzi di Luca intenti tutti ad assaporare un gustoso gelato siciliano per dimenticare il caldo afoso del giorno appena trascorso.
Il padrone di casa aveva superato da poco i cinquant’anni. Allegro, “amiciaru”, disponibile, sempre pronto a supportare e promuovere entro i limiti delle sue possibilità (non sempre ottenendo il risultato sperato) il prossimo e la madre-terra che il Buon Dio con infinita generosità gli aveva donato.
Prestava particolare attenzione al mondo dei deboli e dei lavoratori più bisognosi senza dimenticare di valorizzare i tanti beni storico-monumentali del suo paese, per lui, mai troppo conosciuti ed apprezzati. Era stato il padre, col suo esempio di pronto, sentito altruismo ad inculcare in lui questo “francescanesimo”. Dell’insegnamento paterno, nel segno dell’ uomo e della natura, Luca ne aveva fatto modello di vita conducendo una esistenza in assoluta dignità, senza mai strafare, andando sempre alla ricerca dell’essere e molto poco dell’apparire, in apparente contrasto con la sua professione di attore.
Quella sera, come già detto, assaporando quel gelato i quattro amici di tanto in tanto affrontavano vari argomenti utilizzando quel ritmo lento ed un po’ assopito, come soltanto i siciliani sanno creare e che produce un’atmosfera avvolgente di serenità, difficilmente eguagliabile in altri contesti.
La coppia di amici era venuta a far visita per la prima volta alla costruenda villetta estiva di Luca. L’amico alto, magro, tranquillo, funzionario tecnico nella sede locale della più importante industria italiana del settore delle telecomunicazioni, poteva essere orgoglioso e pago e per il lavoro e per la bella famiglia che era riuscito a formare. Era padre di due bei ragazzi, non presenti quella sera.
Si parlava di tutto in quell’oasi di pace con il piacere di stare insieme incantandosi ad ammirare quel panorama della città che si stagliava lontano e infinito, trapunto da migliaia di luci che si fondevano all’orizzonte con un mare di stelle splendenti.
Dopo aver finito il gelato e preso il caffè il discorso si aprì sul lavoro dell’ospite. Il funzionario tecnico, con perizia di particolari, cominciò a magnificare il nuovo incarico ricevuto e come questo lo portasse con procedure altamente automatizzate ad occuparsi non più di uomini ma di robot. E si “riempiva la bocca” illuminandosi in viso quando pronunciava la parola r-o-b-o-t.
<Sai (diceva), in fabbrica non abbiamo più operai generici che possono sbagliare, assentarsi, lavorare poco, magari coperti ad oltranza da quello scudo sindacale onnipresente.
Adesso utilizziamo i robot che lavorano ventiquattro ore al giorno, non sbagliano mai, non scioperano, basta soltanto ricaricarli, anzi “biberonarli”, questo è il termine esatto, rendono cento volte di più e non si ” lamentano”>.
Il padrone di casa ascoltava allibito il racconto dell’amico. Gli rimbombava in testa la parola “biberonabili” come se quei maledetti pezzi di ferro artificialmente animati venissero paragonati a bambini. In silenzio immagazzinava il suo sdegno contro la nuova industrializzazione automatizzata che tanta disoccupazione aveva portato nel mondo. Luca riempiva il suo “sacco interiore” di sbigottimento e rabbia, soprattutto perché gli veniva difficile accettare che il suo amico, tecnico sì, ma pur sempre dipendente di ricchi industriali, potesse parlare come loro e ad un tratto lo percepì, inconsciamente, con la “erre moscia” di qualche più noto magnate dell’industria.
La moglie, conoscendo il suo “pollo”, vedendolo arrossare in volto, avvicinatasi all’amica, ridendo disse: <Mio marito a momenti “esplode”>. Era stata sicura indovina!
In quei minuti di ascolto il marito, infatti, aveva passato in rassegna mentale un tratto di vita vissuta, soffermandosi su avvenimenti accaduti nel suo paese. Ripensò come quella grande Industria dove lavorava il suo amico, aprendo i battenti venti anni prima, avesse contribuito in parte a sconvolgere radicalmente gli usi, i costumi e l’economia locale.
Era stato il tempo della corsa “all’industrializzazione”. Centinaia di persone, uomini e donne, avevano lasciato (per inseguire questa chimera) i primi l’agricoltura, motore trainante per secoli dell’economia del posto e le seconde (non prive d‘imbarazzo secondo il pensiero di allora), il sacro fuoco domestico.
Erano gli anni settanta e tutti in quel tempo ricercavano un cambiamento veloce e totale delle cose. Un cambiamento della vita (chissà perché?). Non si percepiva che prima o poi i cambiamenti repentini avrebbero creato seri problemi.
Si abbandonarono gli agrumeti, si impoverirono gli allevamenti, si svendette per necessità (ma anche per futili motivi) la madre-terra a nuovi- arricchiti venuti dalla città per costruire i “vellini” di villeggiatura. Si… proprio i “ veeelliiini”, perché questi soggetti, per darsi un tono, trascinavano le vocali aprendole in una lunga e interminabile cadenza di linguaggio cantilenato (Si mmizzigghiavanu, autocelebrandosi).
A quel “ miracolo industriale” credettero tutti in paese, anche lo stesso Luca. Ancora giovane allora, immaginava un avvenire per seè e per i suoi concittadini pieno di felicità e nuove risorse. Ora, invece, a distanza di venti anni, si trovava poco occupato, figlio di un paese irriconoscibile, (devastato dall’abusivismo edilizio), cittadino di una Italia in frantumi economici dove il tasso di disoccupazione era arrivato a limiti inaccettabili e con l’aggravante di un peso fiscale gravosissimo soprattutto per la fascia intermedia di contribuenti (commercianti, artigiani, professionisti), fascia di riferimento personale del nostro attore.
Luca, rifletteva sulla causa primaria del “siddiu” generale che si leggeva sui volti delle persone convincendosi sempre più che la mancanza del lavoro, l’incertezza del domani, il caro-vita, erano effetti di una sola causa: l’automatismo.
La macchina aveva tolto all’uomo il lavoro contravvenendo al diritto di quest’ultimo di averlo. La frase dell’amico <in fabbrica non abbiamo più lavoratori generici che possono sbagliare, assentarsi, lavorare poco, magari coperti ad oltranza da quello scudo sindacale insopportabile> gli girava continuamente nella testa e… per un attimo gli venne anche il dubbio che i sindacati, nell’eccesso di difesa dei diritti dei lavoratori, involontariamente, avessero arrecato realmente qualche guasto. Per fortuna quel dubbio gli passò subito. Sapeva ben valutare il grande contributo apportato dai sindacati nel mondo del lavoro.
Rimuginava in silenzio, il padrone di casa, tra dubbi e certezze, ascoltando l’amico funzionario-tecnico. Ma quando quest’ultimo asserì che il Robot del costo di un miliardo e mezzo (in fabbrica ne possedevano sei) rappresentava per l’industria, oltre che uno snellimento di lavoro, anche una questione “d’immagine”, Luca, che intanto aveva calcolato con la velocità della luce che quell’ “immagine” aveva azzerato il salario di cinquanta operai per dieci anni circa, scoppiò dicendo:< ma quando ti passano davanti questi robot,… glielo dai un calcio?>
L’amico rimase sconvolto. Le donne scoppiarono a ridere. Il padrone di casa con un crescendo convinto, ora gridava: <L’è pigghiari a piragnati.!..L’è pigghiari a piragnati!>.
Si alzò dalla poltrona e cominciò a imitare il robot.
Poi, rivolgendosi all’amico disse: < Potrai verificare così se il “biberonato” ti accuserà dicendo:
Mi-ha- da-to un cal-cio in cu-lo
Mi- ha- da-to un cal-cio in cu-lo >.
P.s.: Quella fabbrica già smembrata da tempo, in questi giorni (anno 2010) rischia la chiusura, nonostante i robot.